Gli oppositori del Governo in carica utilizzano la solita immagine di una maggioranza schiacciasassi a cui reagiscono ritirandosi sull’Aventino

Sulle pagine de “Il Mattino”, qualche giorno fa, Umberto Ranieri, nel tratteggiare il contesto da cui emerse la scelta di eleggere Giorgio Napolitano al Quirinale, pone un tema politico interessante. “Troppe cose diverse erano state messe insieme per dar vita all’Unione”, questa la considerazione centrale che diventa monito per l’oggi. Ranieri invita con grande intelligenza a ricordare errori da non commettere. La storica elezione di Giorgio Napolitano, “il comunista che salì due volte al Quirinale e divenne un re”, come scrisse Andrea Colombo sul “Manifesto”, fu, secondo Ranieri, l’unica scelta buona di una serie sbagliata.
L’accordo elettorale del 2006, che andava da “Turigliatto a Mastella”, primigenia forma del contemporaneo “Campo largo”, sia nella composizione che nelle intenzioni, mise insieme tutto ciò che poteva arrestare il ritorno di Berlusconi al Governo. Il risultato fu una vittoria di misura di Prodi, un governo di compromesso e una legislatura di soli 22 mesi. Prodi fu sfiduciato dalla sua maggioranza.
La opportunità di tale riflessione, a beneficio di quanti hanno smarrito o ignorano la memoria storica, va colta per aprire, senza ipocrisie, una discussione seria sul sistema politico italiano e sulla legge elettorale che lo determina. La questione posta, diversamente da quanto ha scritto, qualche giorno dopo, Clemente Mastella, suggestionato dai comportamenti, obiettivamente, arroganti dei partiti di sinistra nei confronti del suo NdC, va oltre il finto purismo di alcuni esponenti di sinistra. Essa ci porta diritti alla discussione formalmente aperta in Parlamento sulla modifica della legge elettorale, sulla quale, purtroppo, nella sostanza, c’è una faziosa chiusura al dialogo per ragioni molto diverse da quelle che si raccontano.
La proposta di modifica del Rosatellum prevede il ritorno al proporzionale, senza preferenze, con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato al partito o alla coalizione che raggiunge il 40% dei voti. La pietra dello scandalo sarebbero il premio di maggioranza troppo elevato e la soglia per assegnarlo, il 40% dei voti, troppo bassa.
Gli oppositori del Governo in carica utilizzano la solita immagine di una maggioranza schiacciasassi a cui reagiscono ritirandosi sull’Aventino. Di contro, i partiti di maggioranza ne approfittano per utilizzare il cortocircuito istituzionale per riflettere, numeri alla mano, sui possibili scenari e mascherare le divisioni interne. Direi è la solita storia.
Dalla Legge Acerbo al cosiddetto Rosatellum, legge elettorale attualmente vigente, passando per la tristemente famosa “Legge truffa”, l’atteggiamento delle forze politiche rispetto al sistema di scelta della rappresentanza parlamentare da parte del popolo sovrano è sempre stato tattico più che strategico. La tendenza costante a pensare alla legge elettorale quale strumento di conquista del potere piuttosto che mezzo per liberare il diritto di voto dei cittadini ha inquinato massicciamente la nostra democrazia.
Quindi cerchiamo di andare oltre le posizioni strumentali per dire con onestà che modificare la legge elettorale vigente, che prevede un sistema misto, con il 37% dei seggi assegnati nei collegi uninominali e il 63% in quelli proporzionali, è cosa buona e giusta. Spingere verso un sistema proporzionale con premio di maggioranza è la strada per provare a ricreare un rapporto tra eletti ed elettori promuovendo la “responsabilizzazione” degli uni e degli altri. Trasferire il correttivo maggioritario di collegio sull’intero territorio nazionale offre una prima garanzia di stabilità. Oggi il premio di maggioranza esiste già, sebbene mascherato nella frammentazione dei collegi uninominali, nei quali si vince anche con meno del 40%. Una maggiorazione che però non va incontro all’esigenza di garantire la governabilità. Basta vedere quel che è successo nel 2018. Quel che non va è il gioco delle parti tra Governo e Parlamento sulle preferenze e sul perimetro delle circoscrizioni elettorali. La vera rivoluzione sta nel restituire ai cittadini la possibilità di conoscere e scegliere chi votare.